La terapia è ovunque: nei consigli tra amici, nei video di TikTok, nei meme, nel modo in cui ci raccontiamo. Ma cosa accade quando il linguaggio psicologico diventa l’unico filtro attraverso cui pensiamo la sofferenza, le relazioni, persino noi stessi? La terapia non ci salverà scioglie dall’interno il mito terapeutico: ne riconosce l’utilità, ma ne interroga i limiti quando diventa la risposta automatica a ogni disagio e il sostituto di legami sempre più fragili. Bergamaschi mostra come la psicologizzazione del dolore rischi di impoverire il nostro modo di stare insieme, e propone un’altra pista: ricostruire pratiche di vicinanza, amicizia e cura, senza lasciare alla psicologia il monopolio sulla “vita buona” e sulla gestione della vulnerabilità.
La terapia è ovunque: nei consigli tra amici, nei video di TikTok, nei meme, nel modo in cui ci raccontiamo. Ma cosa accade quando il linguaggio psicologico diventa l’unico filtro attraverso cui pensiamo la sofferenza, le relazioni, persino noi stessi? La terapia non ci salverà scioglie dall’interno il mito terapeutico: ne riconosce l’utilità, ma ne interroga i limiti quando diventa la risposta automatica a ogni disagio e il sostituto di legami sempre più fragili. Bergamaschi mostra come la psicologizzazione del dolore rischi di impoverire il nostro modo di stare insieme, e propone un’altra pista: ricostruire pratiche di vicinanza, amicizia e cura, senza lasciare alla psicologia il monopolio sulla “vita buona” e sulla gestione della vulnerabilità.
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